Ce l’ho fatta! Per quanto ho sofferto, questa medaglia me la merito tutta! Quasi tre mesi fa pubblicai sulla pagina facebook una mia foto in cui sollevavo la mia mountain bike sorridendo e scrissi “se il 18 giugno arriverò al traguardo con questo sorriso e con la forza di sollevare la mia bici allora potrò dire di aver vinto la mia sfida personale”. E  così è stato.

La Hero è davvero una prova estrema, soprattutto in condizioni di freddo come quelle che abbiamo dovuto affrontare sabato. E’ stata dura oltre ogni aspettativa dall’inizio alla fine. 86 km davvero tosti! Ho fatto tantissimi tratti a piedi. Io, che non ho mai avuto problemi in salita, ho dovuto spesso arrendermi di fronte a pendenze che solitamente non mi creano problemi. Non riuscivo a ingranare. Un inconveniente meccanico a 30 km dall’arrivo mi ha quasi portata al ritiro, ma alla fine con la determinazione e la resistenza allenata in questi mesi sono riuscita a finirla in tempo utile. Obiettivo raggiunto!

Questo evento attira appassionati da tutto i mondo. 4016 i pettorali assegnati, tantissimi i partecipanti stranieri. A Selva Val Gardena nei giorni che precedono la gara tutto ruota intorno a questa marathon che si dice sia la più dura del mondo.  Qualcuno ha già partecipato alle edizione precedenti (questa è la settima), per altri è la prima volta. La tensione è palpabile anche per le condizioni meteo che sono davvero pessime. Siamo qui da giovedì e ha sempre piovuto. Tutti aggrappati alle previsioni del tempo nella speranza che sabato 18 giugno ci sia una tregua.

E una tregua in effetti c’è. Quando partiamo da Selva Val Gardena (1.563 m.) infatti fortunatamente c’è il sole, anche se l’organizzazione avvisa che nel pomeriggio è prevista pioggia. Nello zaino ho messo comunque tutto quello che mi serve per affrontare il maltempo: maglia antipioggia manica lunga e due mantelline, oltre ai manicotti che già indosso.

Le partenze sono scaglionate in base alle griglie, 14 in totale. Io sono in griglia 12 e parto alle 8.25 puntuale come da programma. La mia unica preoccupazione in partenza sono i famigerati cancelli: Campolongo alle 12.30 e Pian De Schiavaneis alle 16.00. Chi non li passa entro questi orari è fuori dalla Hero. Questicancelli saranno i miei obiettivi intermedi.

Entro in griglia di partenza con tre quarti d’ora di anticipo. Mentre aspetto attacco bottone con una ragazza che farà il percorso corto ma che è in ansia ed emozionata quanto me. Parlare con qualcuno rende meno pesante l’attesa, poter condividere inoltre le ansie che precedono una prova è in qualche modo terapeutico.

Parto davvero tranquilla come se fosse una qualsiasi escursione domenicale. Ho allenato solo la resistenza in questi mesi, praticamente nessun lavoro di qualità, non ho ritmo. L’importante per me è riuscire a pedalare per lungo tempo senza andare in crisi. L’obiettivo dichiarato sin dall’inizio è quello di finirla, anche perché l’unica categoria possibile per le donne che fanno il percorso lungo da 86 km è quella Hobby ossia non agoniste.

A circa 1 km dalla partenza la prima salita: Dantercepies, 5 km e una pendenza media del 14%, 700 m di dislivello. Contrariamente a quanto temevo non ci sono ingorghi. Nell’ultimo chilometro prima di scollinare scendo dalla bici, non perché ho qualcuno davanti che mi ostacola, ma semplicemente perché non riesco a procedere. Metto il rapporto più agile, ma è peggio e allora scendo. Non mi sento la stessa persona che qualche settimana fa è andata su e giù più volte fino al rifugio Riella senza grossi problemi! Ne prendo atto e penso che in fondo la prima salita tosta è andata. Oltre ai cancelli le salite d’ora in poi diventeranno il mio punto di riferimento: Dantercepies, Pralongià, Sourass, Passo Pordoi e Passo Duron le principali. L’importante, penso,  è arrivare al Pordoi. Sento che se arrivo al Pordoi ce la posso fare anche se da li mancheranno 38 km al traguardo.

In alto al Dantercepies ( 2.298 m.) mi fermo ad ammirare il classico scenario dolomitico e il serpentone di bikers che salgono da Selva partiti dopo di me. Non mi trattengo dal fare un paio di foto. Bellissimo!

Nella discesa verso Corvara trovo il primo ingorgo e tanto fango, le prime difficoltà tecniche del percorso . A Corvara (1.568 m.) dopo un po’ di sosta al primo ristoro inizia la seconda salita, la più “morbida”: Pralongià (2.157 m.), 6 km al 6%. Purtroppo riesco a scendere dalla bici anche qua! Ormai non mi interrogo più sulle cause di questa mia difficoltà inspiegabile, ne prendo atto e basta. Non è giornata, l’importante è finirla!

Nonostante tutto passo il primo cancello a Passo Campolongo alle 11.31 con un’ora di anticipo: un piccolo ma importante traguardo è raggiunto. Giunta ad Arabba però purtroppo il tempo cambia. Da qui fino al passo Duron sarà un crescendo di acqua e freddo. Indugio al ristoro consapevole che ora mi aspetta la salita più impegnativa di tutto il percorso: 9 km da Arabba (1.605 m.) fino a Sourasass (2.351 m.) con in mezzo la terribile “Ornella”, tratto piuttosto estremo che si dice “anche i professionisti facciano a piedi”. A fare la differenza è la lunghezza di questo tratto da fare a piedi: per me si tratta di chilometri per loro probabilmente poche centinaia o decine di metri.

Proprio sull’ “Ornella” comincia a piovere tanto. Intorno a me altri nelle mie stesse condizioni. Tutti a piedi un passo dietro l’altro spingiamo la bici in religioso silenzio. Ogni tanto uno sguardo di comprensione o complicità, tutti accomunati dallo stesso tragico destino 🙂 E una domanda sorge spontanea: ma chi ce lo fa fare? Nel frattempo calcolo mentalmente in quanto tempo potrei arrivare al secondo cancello. I miei “compagni di viaggio” sembrano abbastanza fiduciosi del fatto che arriveremo sicuramente in tempo…crediamoci!

Finalmente dopo tanto cammino (è proprio il caso di dirlo!) arrivo in cima al Sourasass. Qui c’è ancora la neve e fa freddo (al Pordoi mi dirà mio marito, ci sono 5 gradi) ma sono talmente felice che sia finita anche questa salita, che le condizioni meteo passano in secondo piano. Un paio di chilometri in discesa parzialmente su single-track insidioso e poi su fino al Pordoi ( 2.239 m.) dove Franco mio marito, che non partecipa,  mi attende da ore. Salendo al Pordoi improvvisamente sento un’energia strana. Finalmente cambio ritmo e finalmente un po’ di asfalto. Io che preferisco lo sterrato arrivo a pensare anche questo! Sull’asfalto trovo la pedalata regolare e mi sembra di volare.  Arrivo al Pordoi alle 15.09 e il mio primo pensiero ovviamente è il secondo cancello (da passare entro le 16.00) che si trova sulla discesa per Canazei. Questa discesa insieme alla salita per il Sourasass rappresenta forse il momento più epico di tutta la Hero. In condizioni normali tutta pedalabile ma in questa occasione pioggia e fango da sprofondare. A un certo punto dobbiamo scendere tutti dalla bici per riuscire a superare il muro di fango. Un ragazzo di fianco a me chiede con ironia “a quale guerra stiamo partecipando?”. Uscita dall’inferno finalmente passo anche l’ultimo cancello con successo entro i limiti: secondo traguardo intermedio raggiunto! Ora manca solo il traguardo vero, quello finale a Selva.

Il tempo di gioire per questo ennesimo obiettivo centrato, quando succede quello che mai avrei pensato e che mai mi era successo prima: si rompe il pedale sinistro. Nell’ultimo tratto di discesa verso Canazei ho sganciato il piede e il pedale mi è rimasto letteralmente attaccato alla scarpa. Dopo un primo attimo di panico provo conforto al pensiero che a Canazei troverò ancora Franco, che nel frattempo si è spostato in macchina, e confido nel fatto che abbia una soluzione al problema.

Lo trovo infatti proprio nel tratto di percorso che attraversa il paese. Piove a dirotto e ho molto freddo. Col suo aiuto decido di indossare la maglia invernale che ho nello zaino e cambio la mantellina (operazione che avrei dovuto fare al Pordoi). Per quanto riguarda il problema meccanico però non c’è soluzione. Il pedale si è sfilato dal perno di supporto e se non sto attenta esce. Il pensiero del ritiro mi assale: mancano 30 km all’arrivo, fa molto freddo, piove e ho un problema al pedale che non so se riuscirò a gestire. Se devo fermarmi, meglio ora a Canazei con la possibilità di rientrare a Selva in macchina, piuttosto che tra qualche chilometro in piena montagna. Davanti a me infatti ho il Passo Duron che si trova a  2.280 m di altitudine, 10 chilometri di salita. A un certo punto penso ai miei figli, a tutti i sacrifici fatti e alle parole di incoraggiamento di chi mi segue. Dopo aver stressato tutti per mesi con questa Hero non poteva finire qua, non poteva finire così! Nello zaino ho una coperta isotermica che porto sempre in caso di escursioni nella stagione fredda o in montagna. Se anche dovrò fermarmi, non dovrei rischiare l’ipotermia. Anche forte di questo pensiero raccolgo tutte le energie mentali e decido di tentare.

Vivo i dieci chilometri del passo Duron quasi come un’esperienza mistica! Una pedalata dietro l’altra, mani e piedi insensibili per il freddo, la gamba sinistra che mentre spinge deve stringere verso l’interno perché altrimenti il pedale si sfila. Ormai non penso più ai chilometri, ma mi concentro sulla pedalata. Una pedalata dietro l’altra, le gambe stranamente girano piuttosto bene o semplicemente vanno avanti per inerzia. Se almeno uscisse un po’ di sole! Negli ultimi chilometri del passo in effetti le condizioni migliorano, smette di piovere e quasi si intravede un raggio di sole. Finalmente non fa più così tanto freddo.

In cima al Duron il cartello dei 18 km all’arrivo. Sono consapevole che da qui al traguardo ci sarà solo un’ultima salita di 2 km e poi sarà Hero! Non mi sembra vero, il pensiero di essere così vicina all’obiettivo tanto atteso mi dà nuova energia. In discesa devo comunque procedere con attenzione, perché col pedale così non ho completa padronanza della bici. Alla fine solo grazie alle mie doti di resistenza mi porto a casa anche l’ultima salita che sembra non finire mai. Purtroppo a qualche chilometro dalla fine perdo definitivamente il pedalino e non posso fare altro che spingere a fatica sul perno che è rimasto. Costi quel che costi a Selva devo arrivare.

Quando ho visto il cartello che segnava l’ultimo chilometro  ho trattenuto le lacrime per l’emozione. Al traguardo ad aspettarmi Franco, che sembrava più felice di me. Ho tagliato il traguardo alle 19.01 e ho impiegato esattamente 10h 36’ a compiere l’intero giro di 86 km e 4500 m di dislivello positivo. Un po’ delusa per non aver reso in salita come mio solito e aver sofferto così tanto, ma orgogliosa di averla comunque finita, perché a un certo punto non era più così scontato. La medaglia me la merito eccome!

La mia posizione alla fine sarà 14ª su 19 donne che hanno fatto il percorso lungo. Tra tutti i partecipanti sono stati tantissimi i ritiri o i fuori tempo massimo.

CLASSIFICHE COMPLETE QUI

Qualcuno su facebook ha commentato la foto dei vincitori dicendo “i veri eroi sono quelli che l’hanno finita in 10 ore, gli altri sono atleti”. Questo è il racconto della mia Hero, di una che l’ha finita da eroe. Probabilmente Paez, il vincitore tra gli uomini che l’ha chiusa in 4h 34’, vi racconterebbe tutta un’altra storia.

Mi sento di fare i complimenti a tutti quelli che come me ce l’hanno fatta e a chi non è riuscito nell’impresa consiglio semplicemente di riprovarci.

Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora. (Goethe)

 

 

 

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